venerdì 12 dicembre 2014
Il mondo di Cheddonna: Cheddonna, Leditore e il magico mondo dell'editori...
Il mondo di Cheddonna: Cheddonna, Leditore e il magico mondo dell'editori...: Da qualche mese Cheddonna aveva cominciato a pubblicare un blog di cucina, "Oui, je suis Cheddonna" , ma il suo sogno era sempre s...
martedì 9 dicembre 2014
In Principio fu il Caos (2014 Arrivato VII al concorso Federico II - L'Universo)
In
principio fu il Caos
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M
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e l’avevano detto di
non toccare quella specie di zuppa in apparente stasi. Sono sempre stato un po’
birichino e disubbidiente. Ci ho infilato dentro un dito e ho combinato una
delle mie singolarità. È come se fosse scoppiato qualcosa. Qualcuno dopo disse
che c’era stato un Big Bang. Da dove ero io il grande botto non si è proprio
sentito. Ho visto crescere una bolla ed ho sentito un enorme calore. Ho
ritratto la mano immediatamente. Non era mia intenzione ma ormai il danno l’avevo
fatto. Quello che sarebbe successo dopo non dipendeva più da me. Agli inizi è
stato tutto super velocissimo. Velocissimo in relazione a che? Il tempo e lo
spazio iniziavano in quel momento! Beh se un osservatore esterno come me
guardava la stasi precedente, una certa relatività con uno che ipoteticamente
stava dentro quella bolla si poteva anche dimostrare. Magari con una bella
formula matematica. Lì dentro comunque era meglio non esserci! Si stava
liberando un’enormità di pura energia. C’erano delle vibrazioni che se si fossero
potute vedere sarebbero apparse come pezzi di stringhe già allacciate. Praticamente
degli anelli. Tanti anelli vibranti quanti, in teoria, si nasconderebbero in dieci
dimensioni. Qualcuno pensò fossero particelle subatomiche. Aggiunse che esistevano
solo se le osservavi, ma se le osservavi le cambiavi. E allora che le guardavi
a fare? Comunque rispecchiavano il famoso proverbio: sopra la Planck la ca.pr.a[1] campa,
sotto la Planck la ca.pr.a crepa. Ok! Ho semplificato. In effetti cambia solo
il sistema di calcolo. Sopra si usa la fisica generale, sotto quella
quantistica. D’altronde anche Alberto Unapietra[2] ha
semplificato un’astrusa formula in E=MC² per poi lanciarsi (per Unapietra calza
a pennello) nella spiegazione della forza di gravità che piega quello
spazio-tempo che a lui serviva così, per la sua relatività ristretta. Ma mentre
io divago, le particelle di pura energia schizzano da tutte le parti nel buio più
totale poi, mentre scema l’immenso calore primordiale, alcune rallentano riuscendo
così ad aggregarsi con altre. Con tre quark creano un pesante protone che
ficcano in un nucleo al quale fanno volteggiare attorno uno snello elettrone. Quell’oggettino
appena formato sarà chiamato atomo da dei filosofi greci che, nella loro
ignoranza, si equivocarono sulla sua indivisibilità. Altre particelle, anche se
positive, scelsero amicizie negative. S’annichilirono l’un l’altra lasciando
disordinatamente in giro pacchetti di fotoni. “Fiat Lux” scrisse, in tempi
biblici, uno che non apparteneva alla famosa famiglia di costruttori d’auto. Il
calore iniziale continuò a scendere. Gli atomi più freddolosi cercarono
compagnia. Divennero elementi e per darsi un peso si misero a tavola. Facendo poco
moto diventarono sempre più pesanti ed ingombranti. Allora, per liberarsi del
superfluo, si misero a correre nello spazio rilasciando lunghe emissioni di gas
a volte innocuo come il vapore, a volte mefitico come il metano. Quella coda gassosa
e la sua parte solida fecero sì che qualcuno al vedere quelle solitarie meraviglie
cantasse «Come te non c’è nessuna» Rimase impresso solo il “come te”. Nella
loro corsa disordinata spesso si scontrarono tra di loro. Qualcuna esplose in miriadi
di piccoli pezzi che si sparpagliarono in tutte le direzioni come schegge
impazzite. Altre fusero i propri atomi creando delle palle infuocate. Ma anche
quelle palle, a causa di quello spazio che, malgrado la sua altissima velocità
d’espansione, era ancora abbastanza ristretto, si urtarono pesantemente,
dissolvendosi in nubi di gas idrogeno che si aggregarono nuovamente dando
origine a palloni ancor più grandi. L’idrogeno, sottoposto ad un’enorme
pressione fuse i propri nuclei creandone di più pesanti e sprigionando nel
contempo un’infinità di onde elettromagnetiche. Vista la brillantezza di quei
globi qualcuno li chiamò stelle e le classificò secondo la loro magnitudine. Per
confondere le idee lo fece all’arrovescia. La magnitudine uno era la più
luminosa e la sei, l’ultima che lui poteva vedere, la meno luminosa. Poi, non
contento, affibbiò loro anche dei nomi: novae, supernovae, binarie, pulsar, giganti,
supergiganti, nane bianche, rosse, gialle, brune, nere e perfino supernane. Invece
quegli altri palloni gonfiati che vivevano di luce riflessa furono chiamati
pianeti. Ed anche per loro arrivò il burocrate classificatore. Li definì
gassosi, solidi, ghiacciati, giganti, nani, pianetini ed altro. Tutti però con
l’obbligo di ruotare intorno ad almeno una stella. A quel punto tutti giù a
battezzare gli oggetti che si erano creati dentro la bolla: meteoriti, satelliti,
galassie, comete, nebulose, ammassi gassosi e stellari, Via Lattea e Grande
Muraglia e …… chi più ne ha più ne metta. Già che c’erano sentenziarono che tutte
quelle cose costituivano l’Universo. Poi cominciarono a litigare se fosse vero
che alla sua origine c’era stato quel Big Bang che nessuno avrebbe potuto
sentire e sulla teoria che magari l’Universo si sarebbe estinto con un Big
Crunch. O forse no. Si sarebbe esteso all’infinito. Oppure avrebbe raggiunto lo
zero assoluto e allora ci sarebbe stato il Big Freeze. Magari era curvo e ……
non la finivano più. Per distrarsi contarono le galassie, le pesarono e si
accorsero che ci doveva essere qualcosa d’invisibile ma di un certo peso. Uno
disse: è la materia oscura. Un altro disse: allora ci deve essere anche
un’energia oscura. Ad accrescere quell’oscurità arrivò Stefano Falcore[3], un
signore con una sua teoria su dei buchi neri. Disse «Tutto quello che sorpassa
l’orizzonte degli eventi viene inghiottito ed ammassato dall’elevatissima forza
di gravità. Nessuna informazione riesce a tornare indietro» «Ci ho ripensato» si
corresse Falcore qualche annetto dopo. «Da quel buco la luce e la materia
possono anche sfuggire». E giù con le discussioni! Sì ma chi le fa ste
discussioni? Dei bipedi che si credono chissà chi, solo perché possiedono un
cervello a tre strati. Invece non sono nient’altro che un ammasso di molecole
organiche contenenti del semplicissimo carbonio. Risiedono su di un minuscolo
pianeta che chiamano Terra. Gira intorno ad una stella media nemmeno troppo
luminosa. La chiamano Sole. Tutto il loro sistema di pianeti e satelliti si
confonde in una delle spirali esterne di una di quei cento miliardi di galassie
che compongono quello che loro hanno definito pomposamente Universo. Insomma
volevo dire che, se quelle nullità continuano a darmi fastidio coi loro striduli
pigolii, ficco un’altra volta il dito nella zuppa primordiale, lo agito e ti scateno
un pandemonio d’universi che, certo non viaggerebbero paralleli, ma si scontrerebbero
col loro. Quegli esserini ammutolirebbero dallo stupore o dal terrore. Così
avrei ottenuto non solo la quiete, ma anche il Caos della fine a completare
quello del principio.
[1]
Ca.Pr.A. - Calcolo Probabilità Assolute.
[2] Albert
Einstein che Google-traslator ha tradotto in automatico.
[3]
Maledetto Google-traslator! È Stephen Hawking.
Racconto per Il Calendario 2015 di Giovanna S.
Divagando
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C
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i
sono almeno un paio ragioni per le quali il mio mese preferito è ottobre. Una,
per me importantissima, è perché ci sono nato, l’altra è che, essendo il decimo
mese dell’anno, si avvicina alla svolta verso quello nuovo. Il suo nome però ci
farebbe pensare che sia l’ottavo. Colpa dei romani, quelli antichi, che
facevano cominciare l’anno a partire dal mese di marzo, aggiustando così il
conteggio. E per restare in tema matematico, se sdraiassimo l’otto (∞), lo
trasformeremmo nel simbolo dell’infinito. Se prendete una fettuccia larga
almeno un centimetro e la componete come il simbolo, potrete percorrerla
all’infinito, sui due lati senza mai staccare il dito. Quella curva continua si
chiama lemniscata e la si affianca a un famoso matematico di cui ora mi sfugge
il nome, ma se non ci penso poi mi tornerà in mente. È sempre così. Mi ricordo
della lemniscata (nome difficilissimo) ma di chi l’ha fatta no! Sarà l’età. Beh
potrei cercare su internet. Effettivamente sarebbe la soluzione più facile. Ma
è come quando si fanno le parole crociate e si vanno a guardare i risultati
messi alla fine. Troppo facile e poi è barare. Vabbè che oggi barano anche
quelli che preparano i cruciverba. Una volta, col famoso Bartezzaghi, si doveva
mettere nelle caselle una sola parola. Adesso si può anche rispondere con
“pompaidraulica” alla domanda «7 orizzontale: fa salire la pressione … nel
pozzo». Però non sono ancora arrivati a usare gli apostrofi. Son sicuro che li
vedremo fra poco tempo.
Ma
dicevamo di ottobre. Con questo mese inizia l’autunno. Quest’anno però fa un
caldo bestiale e allora ci si chiede che fine ha fatto la glaciazione che il
signor Abdussamatov con altri compagnucci suoi, aveva mondialmente annunciata
in arrivo proprio in ottobre del 2014 e che sarebbe durata ben ottant’anni?
Probabilmente una bufala come le tante che ci propinano in continuazione anche
all’interno dei nostri confini. L’autostrada Salerno – Reggio Calabria sarà
terminata quest’anno. Il governo paga trenta euro al giorno se si ospita un
extracomunitario. Ops! Migrante. Scusate. Diminuiranno le tasse. Beh però qui
si entra in politica e lì divagano tutti, quindi non mi ci mescolo. Le scie
chimiche lasciate dagli aerei che irrorano veleni da vent’anni. Questa la
credono solo Di Pietro e quelli a cinque stelle che fanno addirittura
un’interrogazione parlamentare. Siamo nuovamente in politica. Lì ce ne
sarebbero veramente troppe. Allora basta con le bufale. A meno che non si parli
di mozzarelle. Ci vengono in mente quelle campane dove Caserta, Napoli e Salerno
si litigano tra di loro la fama di prima della classe, senza però diventare
blu, come quelle che i tedeschi ci volevano appioppare e poi erano delle loro
contraffazioni. Ho detto tedeschi perché noi litighiamo in continuazione con la
Merkel che ci vorrebbe obbligare a fare gli interessi suoi e non i nostri, non
rispettandoci come partner della U.E. Ma si sa benissimo che non c’è unione che
tenga. Soprattutto europea. Ma se litighiamo nello stesso condominio perché io
annaffio i fiori e bagno il balcone di quello di sotto! Che poi io sono andato
fuori a innaffiare, perché ho appena litigato con mia moglie che vorrebbe
andare per negozi, mentre io guarderei volentieri la partita. E se fosse solo
nel condominio e si fermasse lì. Macché! Si litiga tra comuni vicini per chi
deve asfaltare la strada e finisce che uno lo fa e l’altro la lascia coi buchi.
E tu devi scegliere se rischiare la vita cadendo in un buco o andando
contromano. Senza contare le beghe tra provincie e, salendo la gerarchia, tra
regioni che si superano tra di loro nello spreco dei soldi dei contribuenti.
Tutto ciò si riflette tra i parlamentari e il Governo, rappresentati da partiti
che sono uno più bravo dell’altro a dimostrare, alzando la voce e insultandosi,
quanto l’altro sia inutile, stupido e senza idee. Che poi, quando si alternano
al comando, nei primi anni disfano quello che ha fatto l’altro. Da lì ci
trasferiamo in Europa dove, visto che siamo uniti, non andiamo d’accordo su
nulla e quando si decide qualcosa ovviamente si scontentano tutti ma proprio
tutti. Meno che per la lunghezza delle zucchine e la loro curvatura. U.E.
(forse andava scritto Uhe!) ma che ci stiamo a fare con voi! Beh siamo lì a
trovare, come nel condominio, chi è il più debole sul quale scaricare tutte le
colpe. È sempre colpa di qualcun altro! Le finanze vanno male? Colpa degli
americani che hanno fatto casino permettendo a tutti, proprio a tutti, di
comprare casa a rate. Sì ma è colpa delle banche che hanno prestato i soldi a
tutti, ma proprio a tutti, per comprare le case. Poi hanno impacchettato il
debito e l’hanno fatto diventare un valore sul quale si potevano emettere delle
obbligazioni garantite proprio dai mutui sulle case. Tutti lì come babbaloni a
comprarle per via degli alti interessi e, quando chi ha ricevuto i soldi per
comprare la casa, non ha più pagato le rate perché era uno di quei “tutti,
proprio tutti”, quel bel pacchetto ha perso di valore e con esso le
obbligazioni emesse. Chi le aveva comprate si è trovato con cartaccia. Anzi
nemmeno cartaccia. Delle cifre, scritte in qualche memoria di un qualche
computer, che si tuffavano verso le zero. E i babbaloni, giù tutti a vendere. E
nessuno a comprare. Hanno detto che la bolla finanziaria era scoppiata. A causa
del boato siamo entrati in crisi diventando pessimisti. «Non ce la facciamo più
ad andare avanti. Meglio produrre di meno e licenziare.»
Un
pirla d’economista, certo Serge Latouche, nel periodo delle vacche grasse,
aveva enunciato la teoria della decrescita felice. Tutti ad applaudirlo e a
dargli ragione. Beh non proprio tutti, io e alcuni altri no! Adesso che siamo
in decrescita (in)felice, tutti a piangere miseria. Anche quelli che stanno
bene. Non si sa mai. «Magari se non piango vengono a vedere perché e mi
riducono sul lastrico. Faccio vedere che anch’io soffro. Dirò a mia moglie di
non farsi vedere in via Condotti e nemmeno in Via Montenapoleone. Meglio andare
all’estero e comprare lì i necessari prodotti di lusso. Magari usando le carte
di credito appoggiate alle mie banche all’estero. E già che ci sono porto via
anche i soldi che ho ancora qui. Tanto non ne ho bisogno. La fabbrica la devo
chiudere per portarmela all’estero. Così, quando i sindacati vanno a occuparla,
possono restarci tutto il tempo che vogliono. A me la crisi (degli altri) mi fa
un baffo. Potrei anche approfittarne. Si compra di tutto a prezzi ridicoli. Se
mi cresce il patrimonio che ho a Singapore mi sta benissimo. Se poi anche lì,
ma non credo, qualcuno fa il furbetto, lo porto altrove. Con un click spedisco
i miei liquidi in tutto il mondo. E se mi gira, li faccio girare anche loro.» È
vero per i soldi non ci sono limiti. Possono muoversi all’infinito. Proprio
come sul nastro di Bernoulli. Ecco come si chiamava quel matematico! Oddio,
quale fosse dei sette scienziati tutti appartenenti a quella ricca famiglia
belga, non me lo ricordo, però ero sicurissimo che quel nome mi sarebbe tornato
in mente al momento opportuno. È sempre così.
Adesso
per esempio mi sono ricordato d’aver saltato il mio compleanno. Era il due.
Data di nascita del Mahatma Gandhi, e di chissà quanti altri in tutto il mondo
e in tutte le epoche. Si calcola che, da quando è apparso l’uomo duecentomila
anni fa a oggi, siano nati cinquantasette miliardi di persone. A spanne quelli
nati in ottobre siamo un po’ meno di cinque miliardi e il giorno due,
all’incirca centosessanta milioni. Son quelle cose inutili che fanno parte
della conoscenza umana. Ti fanno riflettere. Come stavano lì tutto il giorno a
fare i filosofi greci quando discutevano di cose importanti come
l’indivisibilità dell’atomo oppure su tutti gli ateniesi che sono bugiardi. Con
l’atomo hanno scazzato in pieno, ma anche sull’affermazione sui bugiardi non è
che l’abbiano proprio azzeccata. E questo dove ci porta? Da nessuna parte. Solo
curiosità. Come la presentazione delle date del 2011. 1/1/11 11/1/11 1/11/11
11/11/11. Non sono carine? Se poi nel 2011 tu avessi addizionato il numero
degli anni che compivi, con le due ultime cifre dell’anno della tua data di
nascita, il risultato sarebbe stato 111. Ok. Ok. Vale solo per quelli nati dal
1900 al 1999. Sapevo che c’erano dei perfezionisti! Un’altra cosa per rimanere
in tema. In ottobre del 2011 c’erano 5 sabati, 5 domeniche e 5 lunedì. Si
devono aspettare altri 823 anni per avere lo stesso risultato! Son cose che
hanno un certo peso. O no?
A
furia di divagare siamo quasi alla fine del mese. Una volta ci pagavano gli
stipendi. Vi ricordate il 27? Era San Paganino. Adesso se va bene ti rimandano
al mese dopo e non subito, diciamo verso il 10. E devi essere contento, se no
non becchi nemmeno quelli. «Ma io devo pagare le bollette. Come faccio se voi
non mi pagate?» «Eh caro signore non pagano nemmeno noi, che cosa ci vuol fare.
Rimanga in attesa, le faremo sapere.» E tutti lì ad aspettare. Che poi uno si dimentica
perfino perché sta aspettando e lo chiede a chi queste cose le sa.
«Lei
deve capire che è colpa dello spread che è andato su e col Pil che continua ad
andare giù insieme alle borse, le banche, anche se hanno tanti soldi perché
glieli ha dati Draghi, mica li possono dare agli imprenditori che stanno per
fallire perché non sono stati pagati per il lavoro fatto. Le banche, dicevo,
devono comprare i Bot dal Governo, se no lui poverino come fa a far funzionare
quel carrozzone della burocrazia che gli fornisce i voti che gli permettono di
stare ben saldo in poltrona.»
«Ma
non fa pagare le tasse per questo?»
«Sì!
Anche. Però non gli bastano. Deve rimborsare i vecchi Bot in scadenza e i loro
interessi. Quindi ne emette di nuovi. Ha presente la catena di Sant’Antonio?
Uguale però legale. Ma lei sa che ogni italiano, anche appena nato, ha un
debito pubblico di 36.225 euro. Sarebbe bene che venissero pagati non le pare?»
«Ma se sono le banche ad avere i soldi?» «Certo caro signore, ma la banca non è
un ente caritatevole. Fa i soldi coi soldi. Ah! Lei dice che sono i soldi suoi.
Questo è quello che crede lei. I suoi non sono più lì. Fanno parte del
circolante che, come lei senz’altro capisce dalla parola stessa, sono in giro
chissà dove e perciò non disponibili. Però, se ne ha bisogno, li può richiedere
con gli appositi moduli in triplice copia e forse in una settimana glieli
faranno avere. Ma solo i suoi e solo quelli. Non si azzardi a chiedere un
credito! Per quello non hanno i soldi e oltretutto lei non ha le garanzie.»
«Ma
se ci metto la casa?»
«Proprio
adesso con la crisi che c’è nell’immobiliare?»
«Ma
la mia vale molto, d’altronde il mutuo me l’hanno fatto loro.»
«Sì!
A quei tempi, ma adesso non è più come allora. Insomma signore, o lei ha dei
contanti e allora le possono prestare quelli, se no non se ne parla! Quelli che
ha prestato Draghi all’uno per cento, le banche li hanno spesi per comprare
titoli di Stato al quattro per cento. Tre per cento di guadagno senza muovere
un dito! Dica la verità! Lo avrebbe fatto anche lei. Sì. E allora? Non vorrà
mica che usino quei soldi per darli a lei che li spenderebbe per produrre in un
mercato che è in crisi e che non acquista più nulla. Ci faccia il piacere! Veda
di fallire con dignità. Vada a casa, si metta comodo a guardare la TV e
aspetti. Vedrà che tutto passa. Dice che da lei passa solo l’usciere per lo
sfratto? Che vuole che sia. Vada a occupare una casa popolare e vedrà che da lì
non la sfratta nessuno. Soprattutto se è abusivo. Ha capito caro signore?»
Eh
no che non abbiamo capito però, facendo nostra la napoletanissima filosofia del
grande Edoardo: «Ha da passà ‘a nuttata», siamo sicuri che presto usciremo
anche da questo svagato ottobre.
mercoledì 18 giugno 2008
Una giornata a cavallo
UNA GIORNATA A CAVALLO
Vicino a Madrid, dove abitavamo, avevamo acquistato un paio di terreni per costruire le nostre villette di campagna. Il posto, al bordo di un piccolo lago si chiamava Serranillos Playa e possedeva un maneggio con i cavalli. Il mio amico Claude, che era un ottimo cavallerizzo di stile inglese, mi convinse provare ad andare a cavallo.
Ci si deve alzare alle 5 del mattino. Proprio come i cercatori di funghi. Tutte le volte che decidono d’andare a funghi, questi signori, si alzano sempre un’ora prima della volta precedente, per essere sul terreno in anticipo sugli altri cercatori, finendo alla fine, a furia di alzarsi un’ora prima, a cercare, inutilmente, funghi sotto il solleone di mezzogiorno. Ma ritorniamo ai cavalli. La ragione della sveglia così mattiniera è che, prima della cavalcata, il cavallo deve essere preparato. In primo luogo si deve forzare la bestia ad uscire dal suo comodo box per portarla al lavaggio. Se siete fortunati, il cavallo è girato verso l’uscita e vi seguirà docilmente, ovviamente nel caso contrario vi farà perdere un sacco di tempo e metterete a repentaglio la vostra vita per farlo rigirare in un box che appena lo riesce a contenere. Con la fortuna dei principianti, la mia bestia era intenta a controllare il traffico nel maneggio e bastò aprire la porta per farlo uscire.
Una volta fuori bisogna lavarlo. E qui la domanda sorge spontanea: quant’è la superficie lavabile di un cavallo?. Un cavallo è ufficialmente misurato in mani. Quanti centimetri ci sono in una mano è un’incognita variabile. Per chi misura in pollici ovviamente è molto più facile. Ce n’è uno solo per ciascuna mano!. In ogni modo, avendo io stesso portato a termine l’operazione, posso dirvi che una bestia di normale stazza ha una superficie lavabile di circa 5 metri quadrati (7750,015 pollici quadrati) e l’operazione di lavaggio, brusca e striglia prende almeno un’ora. Dopo di ché bisogna equipaggiarlo per la passeggiata. Ci sono a disposizione: una coperta, una sella, le briglie, il morso e le staffe. Bisogna andare in ordine e si devono possedere alcune nozioni matematiche.
Partiamo dalla messa in posizione della coperta. La prima cosa da fare è di localizzare quel punto perfettamente equidistante tra l’orifizio posto appena sotto la coda del cavallo ed il punto centrale in mezzo alle orecchie. Si chiama la mediana. Bisogna visualizzarla e ricordarsela poiché non ti permettono di fare segni col gesso sul cavallo. Lo avete appena pulito, che diamine !!!. La mediana del cavallo deve combaciare con la mediana della coperta. Quest’ultima deve essere trovata in precedenza alla messa in posizione della stessa coperta sul dorso del cavallo. E qui ve la dovete sbrigare da soli. L’unica cosa che posso dire, per aiutarvi, è che né il colore della coperta e neppure la sua trama, influisce minimamente sulla mediana della stessa.
Adesso viene la sella. E’ di gran rilevanza distinguere la parte anteriore da quella posteriore. E’ abbastanza facile poiché davanti c’è un pomello. Questo è un oggetto molto importante poiché vi permetterà, se arriverete a quel punto e cioè di esserci seduto sopra (non sul pomello testoni, sulla sella), di aggrapparvi disperatamente a due mani per non essere proiettato a terra da una birbonata del cavallo. Dovete collocare la sella sopra la coperta, facendo combaciare perfettamente le due mediane, anzi le tre se tenete in considerazione anche quella della sella. Se il pomello è orientato verso la coda del cavallo, non andrete molto lontani, anche perché essendo rivolti all’indietro, non potrete vedere dove va il cavallo. In ogni modo, non essendo questa una posizione prevista dal manuale di cavalleria è consigliata quella più appropriata col pomello davanti.
Messa la sella correttamente, dovete allacciarla con opportune cinghie, che transitano sotto la pancia del cavallo e che si chiamano, con molta fantasia: sottopancia. Per ciò fare dovete passare sotto la suddetta pancia. Se il cavallo è maschio cercate di evitare i suoi penduli ammennicoli, se è femmina non avrete di queste preoccupazioni. In ogni caso sappiate che i cavalli, non gradendo la stretta del sottopancia, tireranno un bel respiro gonfiando esageratamente i polmoni, facendovi così credere che tutto sia strettamente in ordine. Vi accorgerete dell’errore solo quando, e se riuscirete a montare in sella, quest’ultima, rigirandosi vi butterà a terra. Il mio consiglio è di dare un gran pugno nella pancia del cavallo, che butterà fuori tutto il fiato, permettendovi così di ben stringere il sottopancia bloccando così la sella.
Il morso è attaccato alle briglie. E qui esiste un’eventuale dolorosa omonimia. Il morso dovete metterlo nella bocca del cavallo cercando d’evitare il suo……. morso. Capirete meglio sapendo che un cavallo maschio ha 40 denti mentre una femmina solo 36 e che adorano mordere. Le briglie dette anche redini, potete lasciarle con nonchalence sulla groppa del cavallo. Vi serviranno, eventualmente, molto più tardi.
Le staffe vanno regolate secondo la lunghezza delle vostre gambe. Ciò va fatto una volta saliti in sella e quindi temporaneamente regolatele ad occhio. Per montare in sella dovete mettere il piede sinistro nella staffa sinistra oppure il piede destro nella staffa destra. Non cercate d’invertire le cose poiché vi trovereste nella posizione descritta in precedenza ed in pratica a guardare il posteriore del cavallo. Col piede corretto nella corrispondente staffa, dovete produrre abbastanza forza sulla leva creata dal vostro ginocchio con la parte inferiore della gamba ed issarvi, con un grazioso volteggio, in sella. E’ un gioco da ragazzi. Infatti, è meglio lasciarlo fare ai ragazzi poiché da adulto, molto probabilmente non misurando bene la vostra forza, rischiate di trovarvi dall’altra parte del cavallo oppure rimarrete aggrappati al pomello senza la forza sufficiente per arrivare a quell’enorme altezza che è la groppa del cavallo.
Riuscii, dopo vari tentativi a mettermi in sella. E qui viene il bello. La passeggiata?. Nooooo!!!. Tentai, seguendo le istruzioni di Claude, di far partire il cavallo. Redini ben salde in mano ed un piccolo tocco di talloni nei fianchi del cavallo. I talloni devono colpire simultaneamente perché altrimenti il cavallo, teoricamente, gira dalla parte in cui il calcio è più forte. Io colpivo. Poi tiravo sulle redini. Il cavallo non partiva. Io colpivo …….ecc. ecc. Niente. Cioè, il cavallo girava la testa verso di me guardandomi con un enorme occhio interrogativo, non riuscendo a capire cosa dovesse fare. In effetti, il tirare le redini era un ordine per fermarsi. L’avevo confuso. Era ormai molto tardi e Claude rientrava dalla sua cavalcata. Decisi di abbandonare e proposi a Claude di andare immediatamente al ristorante. Niente da fare. C’era da smontare tutta l’attrezzatura, rilavare il cavallo, anche se il mio era pulitissimo e riaccompagnarlo nel suo box. Il tutto ci portò alle 3 del pomeriggio. La giornata era stata estenuante e meno male che in Spagna una paella e sangria non si negava a nessuno ed a qualsiasi ora.
Da quel giorno preferii le moto da cross per attraversare i campi. Un giorno, dimostrando la mia bravura nell’impennare la moto, caddi ed il poggiapiedi a denti aguzzi della moto, mi procurò una bella ferita alla gamba destra. Me n’accorsi solo al ritorno dall’escursione quando notai una macchiolina di sangue sui jeans. Li rimboccai, rimossi la calza ed uno squarcio si aprì rivelando l’osso all’altezza dello stinco. Dissi a Claude di portarmi al più vicino pronto soccorso. Fui ricucito da un giovane medico che mentre mi dava sedici punti interni e ventuno esterni, continuò a fumare la sua sigaretta e a sgranocchiare il suo panino. L’operazione fu perfetta ed ancora oggi posso mostrare la cicatrice. Anche in spagnolo il mio protettore si chiama Sant’Antonio.
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lunedì 26 novembre 2007
Il mio mondo è l'altro mondo
La Subacquea Copyright °Deep Emotions° di Antonio Borghesi 26-11-07
Il mio mondo è l’altro mondo.
L’hanno chiamato in varie maniere: Il sesto continente, Il mondo del silenzio, Profondo blu.
Definizioni poetiche, ma senz’altro sbagliate. Un continente è una grande estensione di terra emersa e quindi non ci siamo. Ma quale silenzio! I pesci grugniscono, fanno “toc” dando testate per distruggere il calcareo scheletro che nasconde i gustosi coralli, i delfini cliccano, squittiscono, e addirittura, le balene cantano. I colori poi, più si scende in profondità e più spariscono. Alla fine rimane solo un profondo nero. Io amo definirlo come “l’altro mondo”. Bellissimo, incredibile, senz’altro anche un po’ pericoloso e forse per questo affascinante. Sto pregando tutte le divinità conosciute per cercare di farmi spuntare le branchie, così potrei restare sottacqua indefinitamente e invece, non essendo per il momento esaudito, mi devo accontentare di brevi escursioni nel mondo sottomarino, cercando di catturare in pochi minuti tutta la magia di quei meravigliosi panorami e dei loro abitanti.
Fin da piccolo, pur non sapendo ancora nuotare, mi lanciavo da un trampolino del Club Canottieri di Lecco, nelle acque del lago e sempre sott’acqua ritornavo, con gli occhi ben aperti anche se velati dalla mia profonda miopia e dalla distorsione dell’acqua, alla scaletta che mi avrebbe riportato sul molo. L’essere completamente immerso mi procurava una gran sensazione di benessere e cercavo di trattenere il fiato il più a lungo possibile, sostando aggrappato ai gradini della scaletta, fino a quando i miei giovani polmoni reclamavano con insistenza una nuova boccata d’aria pura. Più tardi negli anni riuscii, durante battute di pesca subacquea, a trattenere il fiato anche per più di due minuti, ma ben lontano dai sette di certi campioni d’apnea.
Scoprii, in seguito, che esisteva un metodo per rimanere a lungo sottacqua: respirare da bombole d’aria compressa. Era il 1977 e vivevo a Parigi. Mi iscrissi alla CMAS e per sei mesi frequentai un corso di subacquea presso la piscina di Charenton dove, al momento della sua costruzione, una parte era franata, formando una fossa di più di venti metri di profondità. Perfetta per i corsi di subacquea.
Ottenni il mio primo brevetto di “Plongeur Premiér Echélon” e m’iscrissi immediatamente a quello successivo di “Deuxiéme Echélon”. Questa volta non più in piscina ma nel mare di Collioure, sulla costa sud francese al confine con la Spagna. Passai due settimane veramente intense da un punto di vista fisico. Era marzo e, sul molo del porticciolo, nell’aria gelida portata dal vento Mistral, ci dovevamo spogliare dai nostri abiti civili, rivestire muta, cintura dei pesi, calzari e guanti, quindi preparare la bombola collegandola con cinghioli a un misero schienalino e non al supporto di un confortevole giubbetto equilibratore come si fa oggi. Dovevamo poi fissare l’erogatore alla rubinetteria, aprirlo per controllare che ci fosse aria a sufficienza, richiuderlo e buttare la bombola in acqua, dove ovviamente sarebbe immediatamente affondata. Quindi con le pinne ben strette in una mano e la maschera nell’altra, saltare, dai più di due metri del molo, nell’acqua non molto pulita, ma veramente fredda, del porto. Trascinati in profondità dalla cintura coi pesi, durante la discesa, dovevamo posizionare sul viso la maschera, svuotarla dall’acqua e calzare le pinne Se fortunati, ritrovare la bombola sul fondo melmoso, aprire la valvola dell’erogatore prima di metterlo in bocca, poi indossare la bombola e rimontare in superficie facendo il classico segno di OK, chiudendo l’indice e il pollice, e ricevendo lo stesso segno a conferma, dall’istruttore comodamente installato sul molo. Coloro che non riuscivano finire, al loro primo intento, tutte le operazioni di cui sopra e riemergevano ovviamente in stato confusionale, invece del segno dell’OK ricevevano quell’altro del pugno chiuso col medio esteso. Questo era il test per tutte le immersioni meno per quella notturna. Forse anche i nostri sadici istruttori avevano un lato umano.
Il test di resistenza consisteva nell’attraversare i quasi 800 metri dell’imboccatura del porto, fortunatamente sgombra d’imbarcazioni in entrata o uscita, completamente equipaggiati e con la bombola sul dorso, immergendo il viso e respirando tramite il boccaglio della maschera ruotata sulla nuca. Arrivai affannato e penultimo.
Nell'esercizio d’orientazione, dovevamo immergerci in apnea fino a dieci metri, procedere in linea retta per altri dieci metri fino ad incontrare il nostro istruttore, che, in effetti, era una muscolosa signorina della Nuova Caledonia, equipaggiata di bombola ed erogatore, comodamente seduta sul fondo, scambiare l’OK e risalire in superficie. Il mancato incontro coll'istruttrice provocava la ripetizione dell’esercizio.
Nel test di controllo della respirazione, si doveva risalire da dieci metri di profondità tenendo l’erogatore in una mano e le pinne sotto il braccio, bloccate dall'altra mano. Durante la risalita si doveva espellere il fiato gradualmente per poter completare l’ascesa nel tempo di quaranta secondi. Si doveva veramente espellerlo altrimenti c’era il rischio gravissimo di una surpressione polmonare. La prima volta che ci provai non riuscii nemmeno a decollare dal fondo. La corpulenta istruttrice si era aggrappata alle mie pinne. Non le mollò fino a quando non capii di dover lasciar uscire il fiato dai polmoni. Oggi questo test non è più praticato per i troppi rischi coinvolti in un’ascesa non controllata.
Gioventù e forza di quei tempi mi permisero d’ottenere il mio secondo brevetto. Ero autorizzato a compiere immersioni in mare fino a una profondità di 40 metri. Finalmente sarei potuto permanere sott'acqua molto più a lungo, solo limitato dai quei 12 litri d’aria compressa a 200 atmosfere contenuti nella bombola, dalla profondità d’immersione e dalla frequenza dei miei respiri. E’ vero. Ancora parecchi limiti, ma il mio tempo sott'acqua si allungava dai due minuti dell’apnea a quasi un’ora con bombola. Fantastico. Con due bombole sarei potuto restare sotto anche più a lungo. Bisogna però attenzione alla profondità e alla durata del tempo d’immersione. L’aria, compressa a pressione ambiente, respirata tramite l’erogatore, al momento della risalita si dilata e potrebbe formare delle bolle di grandezza superiore alla permeabilità dei tessuti corporei e non potendo fuoriuscire, potrebbe provocare quell'embolia così temuta dai subacquei. Bé non sarei stato proprio uguale a un pesce ma mi sarei avvicinato abbastanza. Avrei in ogni caso continuato a pregare per ottenere le branchie. You'll never know!
Ero entrato nel mondo della subacquea che oggi conta tra le varie organizzazioni: CMAS (Confédération Mondiale des Activités Subaquatiques), PADI (Professional Association of Diving Instructors), NAUI (National Association of Underwater Instructors), SSI (Scuba Schools International) e altre meno conosciute, più di 20 milioni di brevettati al mondo. Qualche anno più tardi mi certificai anche con la PADI e infine divenni Dive Master della NAUI.
La mia passione mi portò a lasciare il mondo dell’informatica e a diventare un professionista della subacquea. Nel 1982, attirato dai famosi reef chiamati i Giardini d’Allah, partendo dall'Italia con un motor-yacht di 13 metri attraversai il Mediterraneo e scendendo il Canale di Suez raggiunsi Hurgada, in Egitto. Organizzavo crociere di una settimana con subacquei paganti e c’immergevamo nelle meravigliose acque dell’arcipelago di Hurgada. Esploravamo una meravigliosa, profonda grotta al Giftun el Kebir, dove centinaia di “glass fishes” si muovono in sincronia scattando all'unisono e facendo cambiare la luce riflessa dai loro corpi quasi trasparenti. L’immersione all'isola d’Abu Ramada, era fatta spesso in presenza di una leggera corrente che ti permetteva di nuotare senza sforzo, ammirando la tavolozza di colori creati dalle numerose gorgonie e coralli molli, che si abbarbicavano sulle pareti scoscese, discendenti nelle profondità. Ci trasferivamo poi verso Nord, al Careless Reef dove grosse murene, incuranti dell’avvicinamento dei subacquei, si prestavano a essere fotografate nella loro bellezza di voraci predatori. Una di questa era molto alla moda facendo bella mostra di un piercing di un grosso amo al lato della bocca. La baia di Shaab el Erg ci tendeva le braccia con le sue limpide acque cristalline per l’ormeggio notturno. Poi visitavamo la secca d’Abu Nuhas tristemente, ma per noi subacquei “felicemente”, famosa, per i vari relitti di navi naufragate con tutto il loro carico e facilmente visitabili in varie immersioni. Il “Carnatic” affondato nel 1869 ha nelle sue stive delle bottiglie di vino ancora tappate. E' assolutamente proibito asportare oggetti dai relitti. Io asportai una bottiglia, l’aprii e fui punito da Allah. Il vino era diventato schifosamente puzzolente e ovviamente imbevibile. Il “Dana” è un altro relitto famoso per le mattonelle e i sanitari che trasportava che ora fanno splendida mostra adagiati sui fondi corallini. Impavidi stormi di pesciolini dalle varie forme e colori approfittano per nascondersi in quei inconsueti anfratti. A Bluff Point dove sorge il faro di Gobal Seghir, grossi pelagici si lasciavano ammirare in provenienza dalla stretto di Gobal dove c’è il grande traffico delle navi che percorrono incessantemente il Mar Rosso, in provenienza o con destino, il Canale di Suez. Non è difficile avvicinare squali pinna bianca o nera, indifferenti abitanti di quel reef e placide tartarughe abituate a depositare le loro uova nella bianca arena delle numerose spiagge di Gobal. Ritornando verso Hurgada non potevamo tralasciare Umm Gamar dove un’enorme cernia soprannominata Berta da noi subacquei, nuotava sempre in coppia con uno squalo. Chissà se dopo tanti anni la loro amicizia dura ancora? Rimasi quattro anni a Hurgada e sviluppai la mia impresa commerciale fino a possedere sei imbarcazioni da crociera. A quel punto mi accorsi che era diventato un vero e proprio lavoro. Dovevo dirigere una quarantina di persone e non mi divertivo più. Un cambio s’imponeva per ritornare alle immersioni solo per mio piacere personale.
Dopo essere ritornato in Italia, partii per Cuba e durante un paio di mesi esplorai i reef di Cayo Largo. I colori del mar dei Caraibi sono meno sgargianti di quelli del Mar Rosso. In effetti, tendono al verde e al marrone, ma la stragrande varietà di fauna sottomarina compensa questa mancanza di policromia. A poca distanza da Cayo Largo esiste la barriera corallina che protegge la splendida Playa Sirena, famosa per la finissima sabbia bianca, e permette inoltre d’immergersi in acque cristalline su dei fondi rocciosi dove i laboriosi microscopici polipi dei coralli, si sono sbizzarriti nel formare supporti dalle forme più strane. Ci sono le volute di un cervello, le corna del cervo, la foglia di cavolo, dei ventagli, delle fruste e altre sculture, manifestazioni della loro infinita creatività. Sulle pareti si estendono meravigliose gorgonie piumose, ventagli marini e molte altre specie. I pesci sono rappresentati da: corvini, scoiattoli, soldati, occhiate, saraghi e altre infinite specie dei recessi corallini. In alcune stagioni sono frequenti le tartarughe e le razze. Gli anfratti rocciosi ospitano numerose aragoste, granchi e murene, mentre sparse sulle distese di sabbia le famose conchiglie cinque dita fanno bella mostra di sé. Noi turisti non possiamo raccoglierle mentre invece le ritroviamo sui tavoli dei ristoranti, fritte nell’indifferenza del regime castrista.
Nelle vicinanze di Cayo Rosario, a 29 Km (18 miglia marine) verso est, su di un fondale molto peculiare, a una profondità di 18 metri, collinette coralline formano un vero e proprio labirinto nel quale nuotano grandi aguglie, pesci cofano, labridi, banchi di castagnole, cernie maculate, pesci angelo, scorfani e donzelle. Molta attenzione deve essere prestata ai bellissimi pesci leone e ai camuffati pesci pietra. Essere trafitti da un loro dardo velenoso provoca dolori tanto forti da portare, in qualche raro caso, alla morte per choc anafilattico. All'uscita di una caverna ci siamo incontrati muso a muso con uno squalo tonno. Come comunemente avviene con gli squali di scogliera, fu lui a fare dietro front e allontanarsi, altrimenti ... lo avremmo fatto noi.
Una terza area d’immersioni si trova a 48 Km (30 miglia marine) verso nord-est, nelle vicinanze del passaggio tra Cayo Sigua e Cayo Blanco. Questo canalone è formato da spettacolari pareti che dai 15 metri sprofondano fino ai 200 metri e sulle quali si possono osservare le grandi spugne tubolari a forma di cesto, le appariscenti gorgonie a ventaglio e colonie di corallo nero. Cernie in tana, barracuda, mostelle e molti pesci corallini animano tutta la parete mentre sui fondali sabbiosi meno profondi si possono incontrare anche gli innocui pesci coccodrillo e assistere al volo delle bellissime aquile di mare.
Per maggiore chiarezza ho impiegato nomi italiani per descrivere i pesci, sicuro che se avessi scritto: cardumenes de roncos, cuberas, cajies, jocuses, barberos, chromis, aguajies, roncos pompon, roncos jallaos e catalinetas, voi, come me, non li avreste senz'altro identificati. Ma i pesci sono così. Amano cambiare nome in ogni paese del mondo anzi, anche nello stesso paese, nelle diverse regioni, s’identificano con nomi diversi ed è per ciò che pensiamo n’esistano moltissimi, mentre invece, col nome latino che è l’unico accettato per identificarli, ne esistono … molti di più, in quanto, sia nella catalogazione e classificazione delle specie stesse, la varietà è estesissima.
Decisi di andare a verificare la verità della precedente asserzione sulla gran varietà di pesci e cominciai a viaggiare per tutti mari, specialmente tropicali poiché il freddo mi fa ……. rabbrividire. Con Beppe, un amico vide-operatore subacqueo, decidemmo di offrirci un primo giro del mondo della subacquea. Lasciare l’Europa per raggiungere la Polinesia francese, per poi spingerci in Micronesia e terminare nelle Filippine prima del rientro a casa. Avremmo usufruito di quegli splendidi motor-yacht adibiti a charter subacqueo che offrono tutti i generi di comfort a bordo. Ampie cabine a due letti, con doccia e aria condizionata, pasti tre volte al giorno, immersioni subacquee illimitate, jacuzzi e zone prendisole sui ponti superiori, assistenza completa nella preparazione dell’attrezzatura subacquea e inservienti che ti aiutano a indossarla e che, all'uscita dall'acqua, ti ricevono sul ponte, porgendoti asciugamani caldi e, in qualche caso, massaggi rilassanti dopo le fatiche dell’immersione. Sì perché l’immersione stanca, non tanto per lo sforzo fisico che praticamente sott'acqua non esiste, visto che siamo come degli astronauti librati nel vuoto, ma per causa della pressione dell’acqua sul corpo dovuta alla profondità. Per le barche da crociera c’era solo l’imbarazzo della scelta. Oltre duecento solcano i mari del mondo e noi avremmo scelto le migliori.
La Polinesia francese ci ricevette dopo ben 24 ore di viaggio con vari cambi aerei e Papeete rispettò ampiamente quello che già Gauguin aveva detto verso il 1860 “Papeete, ovvero la disgustosa vita Europea aggravata dallo snobismo coloniale” e quindi scappammo via verso l’arcipelago delle Tuamotu al quale appartengono 78 antichi atolli corallini circolari, brulli, piatti e privi di roccia come Rangiroa, Tikehau, Manihi o le distanti Moruroa e Fangataufa (quest’ultime tristemente note per gli esperimenti nucleari francesi finiti nel 1996). Noi ci fermammo a Rangiroa, che con i suoi 70 Km di lunghezza e 200 Km di circonferenza è l'atollo più grande della Polinesia, il secondo al mondo, dove tutte le immersioni sono di altissimo interesse. La più emozionante fu quelle in cui partendo dal profondo blu del largo, fummo trasportati da una forte corrente nel canale d’entrata alla laguna, famosa per la sua coltivazione di perle nere, dove un incomprensibile muro grigio si stagliava alla fine del canale. Man mano che la corrente ci spingeva verso di esso, il muro si identificò come un branco di squali che nuotavano pigramente in apparente attesa del nostro arrivo. Già al momento della nostra partenza al largo, un paio di squali martello, molto curiosi, avevano voluto specchiarsi per un primo piano nell'oblò della nostra telecamera subacquea, senz'altro attratti da un grosso pezzo di tonno che, nella nostra abituale incoscienza, c’eravamo portati come esca. Probabilmente si era sparsa la voce della nostra offerta di pesce e quindi tutti quegli squali ci aspettavano. Ma forse eravamo noi l’esca. Però, quando oramai eravamo alla portata dei loro denti, il muro si aprì lasciando uno stretto corridoio nel quale passammo indenni. Che fossero loro gli spettatori e noi gli attori? Bé forse sarebbe stata meno rischiosa la prossima immersione, quella in cui avremmo filmato le tranquille ostriche perlifere della laguna.
Lasciammo Rangiroa per l’arcipelago delle Marchesi, dove Gauguin, che qui però rimase stregato dal posto e dalla gente, visse fino alla sua morte. Le Marchesi sono caratterizzate da isole montagnose prive della protezione della barriera corallina e noi imbarcandoci su di un grande catamarano a vela in partenza da Nuku Hiva, avevamo l’intenzione di visitare i loro straordinari panorami sommersi. La crociera a Fatu Hiva, Motane, Tahuata, e Fatu Huku non fu veramente di tutto riposo, dato l’oceano piuttosto mosso, però il vento teso ci accompagnò per tutto il viaggio. I nostri compagni in mare furono branchi di delfini che assomigliavano a delle piccole orche con un sorriso stampato sulle labbra, enormi squali martello dal ventre perfettamente bianco e sempre abbondanti nella zona, accompagnati da grossi squali grigi e da quegli altri, apparentemente pericolosissimi per la loro dentatura sporgente, chiamati rugged-tooth sharks. Anche i nostri compagni a bordo come pericolosità, non erano da meno, essendo militari facenti parte della famosa Legione Straniera francese. I racconti delle loro avventure, la notte, ormeggiati sotto quei famosissimi cieli stellati dove brilla la Croce del Sud, non erano certo per orecchie delicate. Affibbiammo dei soprannomi a ognuno dei legionari: il bruto, il viscido, l’uomo di Cro-magnom e il kamikaze, ma per nostra fortuna loro non lo seppero mai. Ci lasciammo da buoni amici al ritorno a Nuku Hiva, dove un elicottero ci avrebbe portato all'aeroporto per continuare il nostro viaggio verso la Micronesia.
Eravamo diretti a Palau dove, secondi alcuni, si trovano i più bei siti d’immersione del mondo. Anche se sono veramente molto belli, personalmente non posso ancora classificarli definitivamente visto che ancora sto viaggiando per visitare quelli che mi mancano.
Questa volta la nostra nave da crociera era un motor-yacht di circa 30 metri appartenente alla flotta degli Aggressor e qualificato come un hotel a cinque stelle. L’esperienza del Capitano ci portò direttamente su tutti i principali luoghi d’immersione: Blu Corner, German channel, Big Drop Off, Ngemelis Wall, Mandarin fish, Turtle cove ed il particolarissimo Jelly fish lake. Si potrebbe scrivere un libro solo per descrivere le meraviglie di ciascuno di questi luoghi, ma mi limiterò a solo i tre che più mi hanno colpito. Blu Corner, nell'immersione è sempre presente una forte corrente e sono necessari speciali ganci per restare aggrappati ai coralli che bordeggiano una parete lungo la quale grossi e piccoli squali vengono a farsi ripulire dai parassiti presenti sulla loro pelle. Mentre noi subacquei fatichiamo non poco per resistere alla foga della corrente, loro con piccoli movimenti della coda restano perfettamente immobili permettendo ai piccoli pesci pulitori di fare il loro lavoro. Aprono addirittura le fauci per farli entrare per una pulitina ai numerosissimi denti. A bocca aperta sembra quasi che ridano dei nostri sforzi per cercare di eguagliarli nel loro ambiente. Mandarin Fish è tutt'altra cosa. Sono presenti dei minuscoli pesciolini che indossano una livrea dai disegni coloratissimi che ha fatto sì che ricevessero quel nome di Mandarini, come i famosi dignitari cinesi dai coloratissimi vestiti di seta. Hanno eletto il loro habitat presso due scogli di una baia ben protetta. Al tempo della nostra immersione ne vedemmo solo cinque presso uno scoglio e due vicini all'altro. Il mio amico Beppe dovette usare la macro della sua telecamera per poterli riprendere, ma il risultato ottenuto è stato semplicemente fantastico. Jelly fish lake si trova in un laghetto nell'incavo di una collinetta. Bisogna arrampicarsi per un centinaio di metri e poi ci si può immergere tra milioni di piccole meduse. Poiché hanno sempre vissuto in quel laghetto, non avendo alcun predatore interessato a loro, tranne alcuni grossi anemoni, probabilmente, hanno perso la facoltà urticante che le fa così tanto temere. E’ una sensazione incredibile, addirittura sensuale lasciarsi sprofondare in mezzo a loro che ti nuotano tutto attorno sfiorandoti, come in una carezza, il corpo con la pelle lasciata, questa volta libera, senza la costrizione della muta.
Dopo una settimana di crociera partimmo per le Filippine dove l’isola di Palawan ci attendeva per nuove avventure con i suoi quasi 1200 chilometri di costa costellate da baie ed insenature. Anche il famoso esploratore subacqueo francese, Jacques Cousteau ha descritto questi fondali, di più di 11.000 chilometri quadrati di reef, come uno dei più bei panorami sottomarini dove miriadi di coloratissimi pesci nuotano nelle acque incontaminate. Fummo fortunati d’essere capitati nella buona stagione che ci permise di andare a Tubbataha Reef, nel bel mezzo del mar di Sulu. E’ una microscopica isola abitata da soli sei range, che hanno il compito di controllare le acque circostanti costituenti un parco marino protetto. Tubbataha reef offre l’unico ancoraggio abbastanza protetto da improvvisi capricci del mare. Quattro giorni d’immersioni ci permisero di ammirare e filmare i grandi pelagici che, nuotando pigri nelle forti correnti, possono approfittare indisturbati delle miriadi di pesci che popolano l'area. Riuscimmo a mettere in scatola (così si dice in gergo video) bellissime immagini di grossi squali grigi in branchi compatti, aquile di mare che in fila indiana ci sorvolavano mantenendo la loro linea di volo e poi nelle tane dei fondali rocciosi, enormi cernie maculate che ci scrutavano curiose, senza paura, coi loro immensi occhi e grandi murene che aprivano le spaventose bocche mostrando i loro denti ricurve con fare minaccioso ma che tale non era, essendo questo il loro movimento naturale per respirare.
Dopo una notte di navigazione raggiungemmo il nord di Palawan dove ci aspettavano le 45 isolette private d’El Nido. Con molta pazienza riuscimmo anche a filmare un timidissimo lamantino, placido mammifero di più di 300 chilogrammi che si nutre esclusivamente di un tipo speciale d’alga presente in pochissimi posti del mondo. Uno dei più conosciuti è la Florida dove questi animali abbondano, ma sono purtroppo minacciati dalle taglienti eliche delle numerose imbarcazioni a motore. Il nostro giro, e come non era possibile visto che si tratta dell’altro mondo, terminò a Paradise Island dove, gestita – purtroppo – da tedeschi non avemmo un trattamento angelico ma piuttosto da lager.
Come termina questo mio primo giro del mondo, così termina anche questo articolo poiché non vorrei entusiasmarvi troppo e ritrovarvi tutti quanti all'altro mondo.
Però se volete potrò anche raccontarvi dell’Indonesia, Malesia, Belize e delle isole Marianne nelle quali ho passato gli ultimi tre anni. Scrivetemi come io ho scritto per e a voi.
11/1/2007
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