La Subacquea Copyright °Deep Emotions° di Antonio Borghesi 26-11-07
Il mio mondo è l’altro mondo.
L’hanno chiamato in varie maniere: Il sesto continente, Il mondo del silenzio, Profondo blu.
Definizioni poetiche, ma senz’altro sbagliate. Un continente è una grande estensione di terra emersa e quindi non ci siamo. Ma quale silenzio! I pesci grugniscono, fanno “toc” dando testate per distruggere il calcareo scheletro che nasconde i gustosi coralli, i delfini cliccano, squittiscono, e addirittura, le balene cantano. I colori poi, più si scende in profondità e più spariscono. Alla fine rimane solo un profondo nero. Io amo definirlo come “l’altro mondo”. Bellissimo, incredibile, senz’altro anche un po’ pericoloso e forse per questo affascinante. Sto pregando tutte le divinità conosciute per cercare di farmi spuntare le branchie, così potrei restare sottacqua indefinitamente e invece, non essendo per il momento esaudito, mi devo accontentare di brevi escursioni nel mondo sottomarino, cercando di catturare in pochi minuti tutta la magia di quei meravigliosi panorami e dei loro abitanti.
Fin da piccolo, pur non sapendo ancora nuotare, mi lanciavo da un trampolino del Club Canottieri di Lecco, nelle acque del lago e sempre sott’acqua ritornavo, con gli occhi ben aperti anche se velati dalla mia profonda miopia e dalla distorsione dell’acqua, alla scaletta che mi avrebbe riportato sul molo. L’essere completamente immerso mi procurava una gran sensazione di benessere e cercavo di trattenere il fiato il più a lungo possibile, sostando aggrappato ai gradini della scaletta, fino a quando i miei giovani polmoni reclamavano con insistenza una nuova boccata d’aria pura. Più tardi negli anni riuscii, durante battute di pesca subacquea, a trattenere il fiato anche per più di due minuti, ma ben lontano dai sette di certi campioni d’apnea.
Scoprii, in seguito, che esisteva un metodo per rimanere a lungo sottacqua: respirare da bombole d’aria compressa. Era il 1977 e vivevo a Parigi. Mi iscrissi alla CMAS e per sei mesi frequentai un corso di subacquea presso la piscina di Charenton dove, al momento della sua costruzione, una parte era franata, formando una fossa di più di venti metri di profondità. Perfetta per i corsi di subacquea.
Ottenni il mio primo brevetto di “Plongeur Premiér Echélon” e m’iscrissi immediatamente a quello successivo di “Deuxiéme Echélon”. Questa volta non più in piscina ma nel mare di Collioure, sulla costa sud francese al confine con la Spagna. Passai due settimane veramente intense da un punto di vista fisico. Era marzo e, sul molo del porticciolo, nell’aria gelida portata dal vento Mistral, ci dovevamo spogliare dai nostri abiti civili, rivestire muta, cintura dei pesi, calzari e guanti, quindi preparare la bombola collegandola con cinghioli a un misero schienalino e non al supporto di un confortevole giubbetto equilibratore come si fa oggi. Dovevamo poi fissare l’erogatore alla rubinetteria, aprirlo per controllare che ci fosse aria a sufficienza, richiuderlo e buttare la bombola in acqua, dove ovviamente sarebbe immediatamente affondata. Quindi con le pinne ben strette in una mano e la maschera nell’altra, saltare, dai più di due metri del molo, nell’acqua non molto pulita, ma veramente fredda, del porto. Trascinati in profondità dalla cintura coi pesi, durante la discesa, dovevamo posizionare sul viso la maschera, svuotarla dall’acqua e calzare le pinne Se fortunati, ritrovare la bombola sul fondo melmoso, aprire la valvola dell’erogatore prima di metterlo in bocca, poi indossare la bombola e rimontare in superficie facendo il classico segno di OK, chiudendo l’indice e il pollice, e ricevendo lo stesso segno a conferma, dall’istruttore comodamente installato sul molo. Coloro che non riuscivano finire, al loro primo intento, tutte le operazioni di cui sopra e riemergevano ovviamente in stato confusionale, invece del segno dell’OK ricevevano quell’altro del pugno chiuso col medio esteso. Questo era il test per tutte le immersioni meno per quella notturna. Forse anche i nostri sadici istruttori avevano un lato umano.
Il test di resistenza consisteva nell’attraversare i quasi 800 metri dell’imboccatura del porto, fortunatamente sgombra d’imbarcazioni in entrata o uscita, completamente equipaggiati e con la bombola sul dorso, immergendo il viso e respirando tramite il boccaglio della maschera ruotata sulla nuca. Arrivai affannato e penultimo.
Nell'esercizio d’orientazione, dovevamo immergerci in apnea fino a dieci metri, procedere in linea retta per altri dieci metri fino ad incontrare il nostro istruttore, che, in effetti, era una muscolosa signorina della Nuova Caledonia, equipaggiata di bombola ed erogatore, comodamente seduta sul fondo, scambiare l’OK e risalire in superficie. Il mancato incontro coll'istruttrice provocava la ripetizione dell’esercizio.
Nel test di controllo della respirazione, si doveva risalire da dieci metri di profondità tenendo l’erogatore in una mano e le pinne sotto il braccio, bloccate dall'altra mano. Durante la risalita si doveva espellere il fiato gradualmente per poter completare l’ascesa nel tempo di quaranta secondi. Si doveva veramente espellerlo altrimenti c’era il rischio gravissimo di una surpressione polmonare. La prima volta che ci provai non riuscii nemmeno a decollare dal fondo. La corpulenta istruttrice si era aggrappata alle mie pinne. Non le mollò fino a quando non capii di dover lasciar uscire il fiato dai polmoni. Oggi questo test non è più praticato per i troppi rischi coinvolti in un’ascesa non controllata.
Gioventù e forza di quei tempi mi permisero d’ottenere il mio secondo brevetto. Ero autorizzato a compiere immersioni in mare fino a una profondità di 40 metri. Finalmente sarei potuto permanere sott'acqua molto più a lungo, solo limitato dai quei 12 litri d’aria compressa a 200 atmosfere contenuti nella bombola, dalla profondità d’immersione e dalla frequenza dei miei respiri. E’ vero. Ancora parecchi limiti, ma il mio tempo sott'acqua si allungava dai due minuti dell’apnea a quasi un’ora con bombola. Fantastico. Con due bombole sarei potuto restare sotto anche più a lungo. Bisogna però attenzione alla profondità e alla durata del tempo d’immersione. L’aria, compressa a pressione ambiente, respirata tramite l’erogatore, al momento della risalita si dilata e potrebbe formare delle bolle di grandezza superiore alla permeabilità dei tessuti corporei e non potendo fuoriuscire, potrebbe provocare quell'embolia così temuta dai subacquei. Bé non sarei stato proprio uguale a un pesce ma mi sarei avvicinato abbastanza. Avrei in ogni caso continuato a pregare per ottenere le branchie. You'll never know!
Ero entrato nel mondo della subacquea che oggi conta tra le varie organizzazioni: CMAS (Confédération Mondiale des Activités Subaquatiques), PADI (Professional Association of Diving Instructors), NAUI (National Association of Underwater Instructors), SSI (Scuba Schools International) e altre meno conosciute, più di 20 milioni di brevettati al mondo. Qualche anno più tardi mi certificai anche con la PADI e infine divenni Dive Master della NAUI.
La mia passione mi portò a lasciare il mondo dell’informatica e a diventare un professionista della subacquea. Nel 1982, attirato dai famosi reef chiamati i Giardini d’Allah, partendo dall'Italia con un motor-yacht di 13 metri attraversai il Mediterraneo e scendendo il Canale di Suez raggiunsi Hurgada, in Egitto. Organizzavo crociere di una settimana con subacquei paganti e c’immergevamo nelle meravigliose acque dell’arcipelago di Hurgada. Esploravamo una meravigliosa, profonda grotta al Giftun el Kebir, dove centinaia di “glass fishes” si muovono in sincronia scattando all'unisono e facendo cambiare la luce riflessa dai loro corpi quasi trasparenti. L’immersione all'isola d’Abu Ramada, era fatta spesso in presenza di una leggera corrente che ti permetteva di nuotare senza sforzo, ammirando la tavolozza di colori creati dalle numerose gorgonie e coralli molli, che si abbarbicavano sulle pareti scoscese, discendenti nelle profondità. Ci trasferivamo poi verso Nord, al Careless Reef dove grosse murene, incuranti dell’avvicinamento dei subacquei, si prestavano a essere fotografate nella loro bellezza di voraci predatori. Una di questa era molto alla moda facendo bella mostra di un piercing di un grosso amo al lato della bocca. La baia di Shaab el Erg ci tendeva le braccia con le sue limpide acque cristalline per l’ormeggio notturno. Poi visitavamo la secca d’Abu Nuhas tristemente, ma per noi subacquei “felicemente”, famosa, per i vari relitti di navi naufragate con tutto il loro carico e facilmente visitabili in varie immersioni. Il “Carnatic” affondato nel 1869 ha nelle sue stive delle bottiglie di vino ancora tappate. E' assolutamente proibito asportare oggetti dai relitti. Io asportai una bottiglia, l’aprii e fui punito da Allah. Il vino era diventato schifosamente puzzolente e ovviamente imbevibile. Il “Dana” è un altro relitto famoso per le mattonelle e i sanitari che trasportava che ora fanno splendida mostra adagiati sui fondi corallini. Impavidi stormi di pesciolini dalle varie forme e colori approfittano per nascondersi in quei inconsueti anfratti. A Bluff Point dove sorge il faro di Gobal Seghir, grossi pelagici si lasciavano ammirare in provenienza dalla stretto di Gobal dove c’è il grande traffico delle navi che percorrono incessantemente il Mar Rosso, in provenienza o con destino, il Canale di Suez. Non è difficile avvicinare squali pinna bianca o nera, indifferenti abitanti di quel reef e placide tartarughe abituate a depositare le loro uova nella bianca arena delle numerose spiagge di Gobal. Ritornando verso Hurgada non potevamo tralasciare Umm Gamar dove un’enorme cernia soprannominata Berta da noi subacquei, nuotava sempre in coppia con uno squalo. Chissà se dopo tanti anni la loro amicizia dura ancora? Rimasi quattro anni a Hurgada e sviluppai la mia impresa commerciale fino a possedere sei imbarcazioni da crociera. A quel punto mi accorsi che era diventato un vero e proprio lavoro. Dovevo dirigere una quarantina di persone e non mi divertivo più. Un cambio s’imponeva per ritornare alle immersioni solo per mio piacere personale.
Dopo essere ritornato in Italia, partii per Cuba e durante un paio di mesi esplorai i reef di Cayo Largo. I colori del mar dei Caraibi sono meno sgargianti di quelli del Mar Rosso. In effetti, tendono al verde e al marrone, ma la stragrande varietà di fauna sottomarina compensa questa mancanza di policromia. A poca distanza da Cayo Largo esiste la barriera corallina che protegge la splendida Playa Sirena, famosa per la finissima sabbia bianca, e permette inoltre d’immergersi in acque cristalline su dei fondi rocciosi dove i laboriosi microscopici polipi dei coralli, si sono sbizzarriti nel formare supporti dalle forme più strane. Ci sono le volute di un cervello, le corna del cervo, la foglia di cavolo, dei ventagli, delle fruste e altre sculture, manifestazioni della loro infinita creatività. Sulle pareti si estendono meravigliose gorgonie piumose, ventagli marini e molte altre specie. I pesci sono rappresentati da: corvini, scoiattoli, soldati, occhiate, saraghi e altre infinite specie dei recessi corallini. In alcune stagioni sono frequenti le tartarughe e le razze. Gli anfratti rocciosi ospitano numerose aragoste, granchi e murene, mentre sparse sulle distese di sabbia le famose conchiglie cinque dita fanno bella mostra di sé. Noi turisti non possiamo raccoglierle mentre invece le ritroviamo sui tavoli dei ristoranti, fritte nell’indifferenza del regime castrista.
Nelle vicinanze di Cayo Rosario, a 29 Km (18 miglia marine) verso est, su di un fondale molto peculiare, a una profondità di 18 metri, collinette coralline formano un vero e proprio labirinto nel quale nuotano grandi aguglie, pesci cofano, labridi, banchi di castagnole, cernie maculate, pesci angelo, scorfani e donzelle. Molta attenzione deve essere prestata ai bellissimi pesci leone e ai camuffati pesci pietra. Essere trafitti da un loro dardo velenoso provoca dolori tanto forti da portare, in qualche raro caso, alla morte per choc anafilattico. All'uscita di una caverna ci siamo incontrati muso a muso con uno squalo tonno. Come comunemente avviene con gli squali di scogliera, fu lui a fare dietro front e allontanarsi, altrimenti ... lo avremmo fatto noi.
Una terza area d’immersioni si trova a 48 Km (30 miglia marine) verso nord-est, nelle vicinanze del passaggio tra Cayo Sigua e Cayo Blanco. Questo canalone è formato da spettacolari pareti che dai 15 metri sprofondano fino ai 200 metri e sulle quali si possono osservare le grandi spugne tubolari a forma di cesto, le appariscenti gorgonie a ventaglio e colonie di corallo nero. Cernie in tana, barracuda, mostelle e molti pesci corallini animano tutta la parete mentre sui fondali sabbiosi meno profondi si possono incontrare anche gli innocui pesci coccodrillo e assistere al volo delle bellissime aquile di mare.
Per maggiore chiarezza ho impiegato nomi italiani per descrivere i pesci, sicuro che se avessi scritto: cardumenes de roncos, cuberas, cajies, jocuses, barberos, chromis, aguajies, roncos pompon, roncos jallaos e catalinetas, voi, come me, non li avreste senz'altro identificati. Ma i pesci sono così. Amano cambiare nome in ogni paese del mondo anzi, anche nello stesso paese, nelle diverse regioni, s’identificano con nomi diversi ed è per ciò che pensiamo n’esistano moltissimi, mentre invece, col nome latino che è l’unico accettato per identificarli, ne esistono … molti di più, in quanto, sia nella catalogazione e classificazione delle specie stesse, la varietà è estesissima.
Decisi di andare a verificare la verità della precedente asserzione sulla gran varietà di pesci e cominciai a viaggiare per tutti mari, specialmente tropicali poiché il freddo mi fa ……. rabbrividire. Con Beppe, un amico vide-operatore subacqueo, decidemmo di offrirci un primo giro del mondo della subacquea. Lasciare l’Europa per raggiungere la Polinesia francese, per poi spingerci in Micronesia e terminare nelle Filippine prima del rientro a casa. Avremmo usufruito di quegli splendidi motor-yacht adibiti a charter subacqueo che offrono tutti i generi di comfort a bordo. Ampie cabine a due letti, con doccia e aria condizionata, pasti tre volte al giorno, immersioni subacquee illimitate, jacuzzi e zone prendisole sui ponti superiori, assistenza completa nella preparazione dell’attrezzatura subacquea e inservienti che ti aiutano a indossarla e che, all'uscita dall'acqua, ti ricevono sul ponte, porgendoti asciugamani caldi e, in qualche caso, massaggi rilassanti dopo le fatiche dell’immersione. Sì perché l’immersione stanca, non tanto per lo sforzo fisico che praticamente sott'acqua non esiste, visto che siamo come degli astronauti librati nel vuoto, ma per causa della pressione dell’acqua sul corpo dovuta alla profondità. Per le barche da crociera c’era solo l’imbarazzo della scelta. Oltre duecento solcano i mari del mondo e noi avremmo scelto le migliori.
La Polinesia francese ci ricevette dopo ben 24 ore di viaggio con vari cambi aerei e Papeete rispettò ampiamente quello che già Gauguin aveva detto verso il 1860 “Papeete, ovvero la disgustosa vita Europea aggravata dallo snobismo coloniale” e quindi scappammo via verso l’arcipelago delle Tuamotu al quale appartengono 78 antichi atolli corallini circolari, brulli, piatti e privi di roccia come Rangiroa, Tikehau, Manihi o le distanti Moruroa e Fangataufa (quest’ultime tristemente note per gli esperimenti nucleari francesi finiti nel 1996). Noi ci fermammo a Rangiroa, che con i suoi 70 Km di lunghezza e 200 Km di circonferenza è l'atollo più grande della Polinesia, il secondo al mondo, dove tutte le immersioni sono di altissimo interesse. La più emozionante fu quelle in cui partendo dal profondo blu del largo, fummo trasportati da una forte corrente nel canale d’entrata alla laguna, famosa per la sua coltivazione di perle nere, dove un incomprensibile muro grigio si stagliava alla fine del canale. Man mano che la corrente ci spingeva verso di esso, il muro si identificò come un branco di squali che nuotavano pigramente in apparente attesa del nostro arrivo. Già al momento della nostra partenza al largo, un paio di squali martello, molto curiosi, avevano voluto specchiarsi per un primo piano nell'oblò della nostra telecamera subacquea, senz'altro attratti da un grosso pezzo di tonno che, nella nostra abituale incoscienza, c’eravamo portati come esca. Probabilmente si era sparsa la voce della nostra offerta di pesce e quindi tutti quegli squali ci aspettavano. Ma forse eravamo noi l’esca. Però, quando oramai eravamo alla portata dei loro denti, il muro si aprì lasciando uno stretto corridoio nel quale passammo indenni. Che fossero loro gli spettatori e noi gli attori? Bé forse sarebbe stata meno rischiosa la prossima immersione, quella in cui avremmo filmato le tranquille ostriche perlifere della laguna.
Lasciammo Rangiroa per l’arcipelago delle Marchesi, dove Gauguin, che qui però rimase stregato dal posto e dalla gente, visse fino alla sua morte. Le Marchesi sono caratterizzate da isole montagnose prive della protezione della barriera corallina e noi imbarcandoci su di un grande catamarano a vela in partenza da Nuku Hiva, avevamo l’intenzione di visitare i loro straordinari panorami sommersi. La crociera a Fatu Hiva, Motane, Tahuata, e Fatu Huku non fu veramente di tutto riposo, dato l’oceano piuttosto mosso, però il vento teso ci accompagnò per tutto il viaggio. I nostri compagni in mare furono branchi di delfini che assomigliavano a delle piccole orche con un sorriso stampato sulle labbra, enormi squali martello dal ventre perfettamente bianco e sempre abbondanti nella zona, accompagnati da grossi squali grigi e da quegli altri, apparentemente pericolosissimi per la loro dentatura sporgente, chiamati rugged-tooth sharks. Anche i nostri compagni a bordo come pericolosità, non erano da meno, essendo militari facenti parte della famosa Legione Straniera francese. I racconti delle loro avventure, la notte, ormeggiati sotto quei famosissimi cieli stellati dove brilla la Croce del Sud, non erano certo per orecchie delicate. Affibbiammo dei soprannomi a ognuno dei legionari: il bruto, il viscido, l’uomo di Cro-magnom e il kamikaze, ma per nostra fortuna loro non lo seppero mai. Ci lasciammo da buoni amici al ritorno a Nuku Hiva, dove un elicottero ci avrebbe portato all'aeroporto per continuare il nostro viaggio verso la Micronesia.
Eravamo diretti a Palau dove, secondi alcuni, si trovano i più bei siti d’immersione del mondo. Anche se sono veramente molto belli, personalmente non posso ancora classificarli definitivamente visto che ancora sto viaggiando per visitare quelli che mi mancano.
Questa volta la nostra nave da crociera era un motor-yacht di circa 30 metri appartenente alla flotta degli Aggressor e qualificato come un hotel a cinque stelle. L’esperienza del Capitano ci portò direttamente su tutti i principali luoghi d’immersione: Blu Corner, German channel, Big Drop Off, Ngemelis Wall, Mandarin fish, Turtle cove ed il particolarissimo Jelly fish lake. Si potrebbe scrivere un libro solo per descrivere le meraviglie di ciascuno di questi luoghi, ma mi limiterò a solo i tre che più mi hanno colpito. Blu Corner, nell'immersione è sempre presente una forte corrente e sono necessari speciali ganci per restare aggrappati ai coralli che bordeggiano una parete lungo la quale grossi e piccoli squali vengono a farsi ripulire dai parassiti presenti sulla loro pelle. Mentre noi subacquei fatichiamo non poco per resistere alla foga della corrente, loro con piccoli movimenti della coda restano perfettamente immobili permettendo ai piccoli pesci pulitori di fare il loro lavoro. Aprono addirittura le fauci per farli entrare per una pulitina ai numerosissimi denti. A bocca aperta sembra quasi che ridano dei nostri sforzi per cercare di eguagliarli nel loro ambiente. Mandarin Fish è tutt'altra cosa. Sono presenti dei minuscoli pesciolini che indossano una livrea dai disegni coloratissimi che ha fatto sì che ricevessero quel nome di Mandarini, come i famosi dignitari cinesi dai coloratissimi vestiti di seta. Hanno eletto il loro habitat presso due scogli di una baia ben protetta. Al tempo della nostra immersione ne vedemmo solo cinque presso uno scoglio e due vicini all'altro. Il mio amico Beppe dovette usare la macro della sua telecamera per poterli riprendere, ma il risultato ottenuto è stato semplicemente fantastico. Jelly fish lake si trova in un laghetto nell'incavo di una collinetta. Bisogna arrampicarsi per un centinaio di metri e poi ci si può immergere tra milioni di piccole meduse. Poiché hanno sempre vissuto in quel laghetto, non avendo alcun predatore interessato a loro, tranne alcuni grossi anemoni, probabilmente, hanno perso la facoltà urticante che le fa così tanto temere. E’ una sensazione incredibile, addirittura sensuale lasciarsi sprofondare in mezzo a loro che ti nuotano tutto attorno sfiorandoti, come in una carezza, il corpo con la pelle lasciata, questa volta libera, senza la costrizione della muta.
Dopo una settimana di crociera partimmo per le Filippine dove l’isola di Palawan ci attendeva per nuove avventure con i suoi quasi 1200 chilometri di costa costellate da baie ed insenature. Anche il famoso esploratore subacqueo francese, Jacques Cousteau ha descritto questi fondali, di più di 11.000 chilometri quadrati di reef, come uno dei più bei panorami sottomarini dove miriadi di coloratissimi pesci nuotano nelle acque incontaminate. Fummo fortunati d’essere capitati nella buona stagione che ci permise di andare a Tubbataha Reef, nel bel mezzo del mar di Sulu. E’ una microscopica isola abitata da soli sei range, che hanno il compito di controllare le acque circostanti costituenti un parco marino protetto. Tubbataha reef offre l’unico ancoraggio abbastanza protetto da improvvisi capricci del mare. Quattro giorni d’immersioni ci permisero di ammirare e filmare i grandi pelagici che, nuotando pigri nelle forti correnti, possono approfittare indisturbati delle miriadi di pesci che popolano l'area. Riuscimmo a mettere in scatola (così si dice in gergo video) bellissime immagini di grossi squali grigi in branchi compatti, aquile di mare che in fila indiana ci sorvolavano mantenendo la loro linea di volo e poi nelle tane dei fondali rocciosi, enormi cernie maculate che ci scrutavano curiose, senza paura, coi loro immensi occhi e grandi murene che aprivano le spaventose bocche mostrando i loro denti ricurve con fare minaccioso ma che tale non era, essendo questo il loro movimento naturale per respirare.
Dopo una notte di navigazione raggiungemmo il nord di Palawan dove ci aspettavano le 45 isolette private d’El Nido. Con molta pazienza riuscimmo anche a filmare un timidissimo lamantino, placido mammifero di più di 300 chilogrammi che si nutre esclusivamente di un tipo speciale d’alga presente in pochissimi posti del mondo. Uno dei più conosciuti è la Florida dove questi animali abbondano, ma sono purtroppo minacciati dalle taglienti eliche delle numerose imbarcazioni a motore. Il nostro giro, e come non era possibile visto che si tratta dell’altro mondo, terminò a Paradise Island dove, gestita – purtroppo – da tedeschi non avemmo un trattamento angelico ma piuttosto da lager.
Come termina questo mio primo giro del mondo, così termina anche questo articolo poiché non vorrei entusiasmarvi troppo e ritrovarvi tutti quanti all'altro mondo.
Però se volete potrò anche raccontarvi dell’Indonesia, Malesia, Belize e delle isole Marianne nelle quali ho passato gli ultimi tre anni. Scrivetemi come io ho scritto per e a voi.
11/1/2007